4 route oltremare: un Erasmus “originale”

4 route oltremare: un Erasmus “originale”

Una strada. Di quelle che nell’immaginario collettivo sono le strade americane, o dell’Australia, o ancora dell’Est Europa. Strade, insomma, dove gli spazi dell’intorno sono tendenti all’infinito e all’orizzonte, il nulla.

Naturalmente, le possibilità di incontrare sul percorso qualche altra anima viva rasentano lo zero, e di conseguenza c’è un’unica cosa da fare: andare, proseguire nella direzione prescelta senza cedere alla tentazione di desistere, a maggior ragione perché si sa che ciò non porterebbe a nulla di buono. Potrebbe essere la metafora della mia vita. O forse di qualunque vita.

Veniamo catapultati, eiettati in una strada qualunque – basta che sia collocata nel nulla e che cercandone la fine i contorni si perdano sfumando – e da lì non abbiamo altra scelta che fare del nostro meglio per percorrerla.

La cosa bella è che molto spesso non è vero che la strada non conduce in nessun luogo particolare, non è vero che in quell’enorme panorama non c’è niente se non asfalto.

Anzi, rimaniamo spesso stupiti di come invece la strada – la vita – ci porti, più o meno volenti, in posti spettacolari, sconosciuti e meravigliosi.

Ci faccia incontrare personaggi, vedere situazioni, cogliere conversazioni, vivere momenti che non potremo scordare più. E il tutto è ancor più magnifico perché “nell’ora” non possiamo assolutamente sapere dove saremo in uno qualunque dei nostri “poi”: lo possiamo presumere, lo possiamo anelare, lo possiamo volere, ma non lo sappiamo.

E così se qualche tempo fa, poniamo – non so – dieci anni fa, mi avessero detto: “Sai che nel 2016 sarai in Erasmus in Spagna, sei mesi di vita in un’università lontano da casa, assieme ad un’amica che avrai conosciuto appena un paio, forse tre, anni prima?”, avrei guardato il mio interlocutore con sguardo perplesso e bieco, di quelli che mi riescono bene dal basso della mia carrozza, e poi con una risata leggera sarei andata oltre e non c’avrei pensato più.

Già, perché sono sempre stata piuttosto realista nei confronti delle potenzialità che mi sono concesse a fronte della mia disabilità, realista almeno tanto quanto sono invece sognatrice per ciò che posso in quel momento solo immaginare: mi è sempre venuto meglio coniugare i verbi al futuro.

E credo sia proprio anche grazie a questo mix potentissimo di atteggiamenti all’apparenza opposti se in effetti oggi, nel 2016, sono in Erasmus in Spagna, sto seguendo dei corsi di diritto in spagnolo, sto in un appartamento condiviso con altri studenti stranieri, e vivo tutto questo assieme a Sofia, una compagna di corso conosciuta alla fine del primo anno di università.

La consapevolezza che quella è la strada, che di lì si deve passare, che non ci sono scuse in grado di modificare il percorso, permette di inventare modi e pensare strategie laddove di primo acchito qualcosa sembrerebbe poco fattibile.

È successo un sacco di volte nella mia “carriera” di giovane studente con una disabilità piuttosto invalidante e che lascia poco margine di autonomia.

E il mio percorso è passato prima di tutto attraverso una necessaria ridefinizione: ho ridefinito me stessa e reso così possibili una marea di cose.

La mia autonomia non è l’arrangiarmi.

Sono autonoma quando ho attorno una serie di amici che, ognuno a suo modo e diversamente per i differenti contesti, mi aiutano a fare di tutto: vivere da “fuori sede”, vestirmi e lavarmi, mangiare, chiamare l’ascensore e prendere un autobus, aprire l’ombrello e levarmi la giacca.

Sono autonoma quando chiedo senza indugio ad un passante di raccogliermi le chiavi, o alla cassiera di prendere da sé i soldi che servono a pagare la spesa dal mio portafoglio.

Sono autonoma quando sogno con gli altri, e questo fa sì che i miei sogni acquistino un significato più grande.

Ridefinendo concetti chiave della mia vita sono arrivata al punto che non serve nemmeno più premeditare più di tanto il prossimo passo, la prossima conquista, mentre è la strada ad aprirsi automaticamente di fronte a me.

Pressoché ovvio è stato andare all’università, data la mia grande passione per lo studio e grazie soprattutto ad una famiglia, la mia, in cui le pari opportunità sono sempre equivalse a pari responsabilità e impegni.

E allo stesso modo è stato così per questo periodo di studio all’estero: sentendo, in ambiente universitario, moltissimi compagni che partivano e tornavano, in modo naturale mi è venuta voglia di fare lo stesso.

Iniziando poi a parlarne con i vari amici di corso, viene fuori che l’intenzione è comune, e con Sofia scopriamo di avere in mente le stesse mete.

Sempre con grande naturalezza ipotizziamo una partenza congiunta, quasi per scherzo all’inizio, con un semplice “Perché no”, posto al termine di una frase qualunque.

Altrettanto consequenziale è stato coinvolgere i vari uffici dell’università a ciò preposti, trovando persone infinitamente disponibili e che si sono in poco tempo lasciate coinvolgere nell’impresa.

Lo è stato lo scrivere nelle lettere di motivazione il desiderio di venire scelte per la medesima destinazione, anche a scapito delle preferenze poste nel bando: doveva prevalere il fatto di partire insieme.

Non è stato difficile far fronte alle poche informazioni in merito ad esperienze simili: non c’è una lista di cose da fare per chi vuole andare in Erasmus e ha una qualsivoglia disabilità, lo si inventa a mano a mano, adattandolo alle proprie esigenze.

È stata così una bella sorpresa, neanche troppo insperata, scoprire che la commissione addetta alla scelta dei candidati idonei alla partenza aveva per la prima volta tenuto conto di una simile richiesta e ci aveva così confermate per la stessa università spagnola.

E ora siamo qui, alle prese con le tipiche beghe di chi è lontano da casa e deve in qualche modo arrangiarsi, trovare un alloggio, farsi nuovi amici, il Bancomat che sembra non funzionare e gli Skype lunghi ore con le coinquiline in Italia.

Ed è tutto estremamente naturale e giusto, come dovrebbe essere. Non lo so quali saranno i miei “poi”, non lo so dove mi porterà ancora la mia strada, però so che questo “ora” è qui ed è perfetto, è “un’ora” condiviso con altre persone e ciò lo rende se possibile un po’ più magico; e non vorrei, di questo sono sicura, fosse diverso.

Ps. e qualora il percorso sembrasse un poco duro da percorrere, il mio consiglio è di provare con un Blablacar: si faranno in quattro per aiutarvi a salire e far stare la carrozzina nel bagagliaio – almeno qui in Spagna è così – e vi potrete godere un tratto di strada come se foste una vera principessa.

Articolo di Chiara Lucchini

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