To pee or not to pee?

To pee or not to pee?

«Sa, quando è stato costruito non si pensava alle persone disabili» «Perché spendere tutti quei soldi?» «Meglio che niente, no?» «Se sanno che non è accessibile per loro, cosa vengono a fare qua i disabili?»

Questo sono solo alcune delle frasi utilizzate per giustificare la mancanza di accessibilità. Sono state dette a Tanya Titchkosky, sociologa e docente universitaria di Toronto, nel momento in cui ha deciso di segnalare la mancanza di bagni accessibili nel suo plesso universitario. Ma come fanno queste frasi ad essere “dicibili”? Qual è il presupposto culturale che rende possibile portare giustificazioni del genere? Quale rappresentazione della disabilità sottintendono?

Titchkosky ha affrontato questo genere di domande trasformando la sua esperienza, piuttosto comune, in un saggio accademico del 2008 (‘To Pee or Not to Pee?’ Ordinary Talk about Extraordinary Exclusions in a University Environment) centrato sui «say-ables», ovvero su ciò che è «dicibile» riguardo alla disabilità.

«Tutte le frasi che ho riportato sono state dette alla presenza di altre persone» scrive Titchkosky «che in certi casi hanno trattato tali affermazioni come errate o sgradevoli. Nessuno, tuttavia, le ha trovate sconcertanti. Sono frasi dicibili e “ragionevoli”. […] Sia che questi discorsi siano giudicati “giusti” o “sbagliati”, tutti noi li troviamo ragionevoli

Esaminiamo meglio questo concetto. Quando qualcuno si accorge che una certa barriera esclude le persone con disabilità, in genere si sprecano i commenti intorno a tale esclusione. Il tipo di commento dominante è la giustificazione: “siccome in passato…” “siccome dieci, venti, trent’anni fa è successo che…” “siccome non sappiamo cosa fare…” …quel bagno resterà inaccessibile. Oppure: “al fine di portare avanti la nostra battaglia è meglio…” “al fine di bilanciare costi e benefici…” il bagno per ora rimane com’è. Può anche darsi che le motivazioni addotte non siano condivise da tutti, o siano ingiuste.

Ma ciò che conta ai fini di questa riflessione è il fatto che risulti possibile (“dicibile”) descrivere la situazione con il linguaggio della causalità: “siccome A… allora B”. E il linguaggio della causalità, sostiene Titchkosky, «dona all’inaccessibilità un’aria di normalità». L’attività sociale del “dare spiegazioni” non sorprende nessuno, ed è un tipo di discorso che contribuisce a rendere la presenza di barriere in qualche modo ragionevole e “normale”.

Da “Quando scappa, scappa” a “Quando ti scappa, devi scappare”

Inoltre, l’aria di normalità offusca il senso di anomalia e di “urgenza” insito in molte di queste situazioni. «Le giustificazioni per l’inaccessibilità hanno trasformato ciò che è sorprendente, straordinario, stranissimo in un evento ordinario […]. Le giustificazioni, con la loro mancanza di “allarme”, rendono ragionevole non notare la carenza di bagni accessibili». Un altro artificio retorico utile a minimizzare consiste nel parlare di queste vicende in termini di anni: “vent’anni fa abbiamo iniziato a lottare, per ora hanno messo una rampa ma il bagno accessibile manca ancora…”. Questo contribuisce a rappresentare la situazione come ordinaria e non certo di emergenza, descrivendola piuttosto come una storia che si è evoluta lentamente e che presumibilmente migliorerà in futuro.

L’assenza di allarme e di sorpresa, di un senso di emergenza o vergogna di fronte alle barriere architettoniche impedisce di notarle. Dopotutto «è normale non fare caso a ciò che è considerato irrilevante; è ancora più normale non notare la nostra complicità nella costruzione dell’irrilevanza».

Sul tema della costruzione dell’irrilevanza mi permetto di aggiungere una considerazione personale. Titchkosky ha ricordato come il contesto sociale in cui siamo immersi (e che contribuiamo a formare) definisca quali eventi appaiono ignorabili e per quali, invece, è accettabile provare un senso di emergenza, rabbia o preoccupazione.

Che cosa accade, però, quando una contingente esperienza di esclusione – aver trovato una barriera, non poter andare in bagno – apre all’improvviso una breccia per la rabbia, per l’indignazione, per il senso di allarme? Cosa accade quando questa reazione esplode verso una circostanza che gli altri considerano irrilevante e ordinaria? Chi sceglie di perseverare rischia la solitudine e l’etichetta di outsider, pazzo, esagitato. Altri invece saranno ricondotti in vari modi a collaborare alla costruzione dell’irrilevanza: ad esempio tramite il senso di colpa o la vergogna (“nessun altro si arrabbia, perciò ho pretese esagerate”), oppure attraverso la riproduzione dei meccanismi di giustificazione sopra descritti (“in effetti è normale che in questo vecchio edificio ci siano le scale…”).

Le persone disabili si possono escludere

Qual è la definizione della realtà che permette tutto ciò? Qual è il presupposto culturale che consente di ricondurre l’inaccessibilità nell’ambito del normale, dell’ordinario, dell’atteso?

Secondo Titchkosky il presupposto è chiaro: la disabilità si può escludere. Una convinzione ben radicata e condivisa nel senso comune, anche se – aggiungo io – difficilmente viene resa esplicita, in ossequio al politically correct.

Ci sono quindi categorie di persone la cui possibilità di partecipare, la cui appartenenza a un luogo è data per scontata. Per altri, invece, tale appartenenza si può mettere in discussione.

Una delle storie riportate dall’autrice esemplifica bene questa situazione. «Secondo i responsabili dell’edificio, nonostante certi docenti continuino a segnalare che gli studenti in carrozzina non potrebbero frequentare le lezioni [mancando un bagno accessibile], alla fine questi studenti non si fanno mai vedere. “Quindi perché spendere soldi?” […] Quando ai responsabili è stato fatto presente che in realtà i disabili c’erano, tant’è che qualcuno era rimasto bloccato in mezzo alla porta troppo stretta, hanno risposto: “E allora [se sanno di non poter usare i bagni] che cosa vengono a fare qui?”».

Al di là delle facili obiezioni cui presta il fianco da un punto di vista politico-legale, questa storia ci dice qualcosa di molto interessante in merito all’appartenenza e all’inclusione. I docenti, pur se caratterizzati come irragionevoli, sono comunque considerati “appartenenti” al loro luogo di lavoro (a condizione che non siano disabili). Le persone in carrozzina invece no: “non si fanno mai vedere”, sono “una spesa” e l’appropriatezza della loro presenza può essere messa in discussione (“che cosa vengono a fare qui?”).

Esistono dunque tre categorie di persone: coloro che appartengono a un luogo, coloro che non vi appartengono, e coloro che si ritengono autorizzati a spiegare e decidere chi appartiene e chi no, chi è incluso e chi non lo è, e a quali condizioni.

«L’interesse di quei docenti verso l’accessibilità del bagno è considerato irrealistico, perché la disabilità è rara, transitoria, non è la benvenuta, non esiste, costa troppo, e riguarda studenti che “non si capisce bene cosa facciano qui”. […] L’esclusione viene resa normale perché la disabilità viene resa non-normale. La disabilità non è normale, immaginata, benvenuta, necessaria, comune, né considerata tra i possibili destinatari di edifici e servizi.

Contrastare l’inclusione di una categoria invocando le caratteristiche della categoria stessa è semplicemente un atto di discriminazione».

In sintesi, il saggio di Titchkosky mostra che il problema dell’accessibilità può essere affrontato non solo dal punto di vista politico-legale, ma anche analizzando come si forma la nostra idea di normalità. La prassi di offrire giustificazioni, giuste o sbagliate che siano, attribuisce all’inaccessibilità una patina di ordinarietà e ragionevolezza; inoltre, contribuisce a minimizzare il senso di emergenza, facendo ricadere la questione tra quelle irrilevanti e rimandabili. A ben guardare, ad essere resa ordinaria e irrilevante è, in effetti, l’esclusione delle persone con disabilità, presupposto dato per scontato – ma mai espresso – di quelle giustificazioni.

Possiamo concludere, allora, ricordando che ogni lotta per l’accessibilità affonda le sue radici in un determinato contesto interpretativo, il quale rende pensabile e possibile – oppure no – quella stessa battaglia. Essere consapevoli di certi meccanismi ci permette di disgregare tale contesto e provare a costruirne uno diverso, iniziando a raccontare una nuova storia su noi stessi.

Rielaborazione a cura di Chiara Fioravanti

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